Vi raccontiamo emozioni, esperienze e speranze degli italiani all’estero.

Suona sempre leggendario, ma è vero: l’estero è pieno di italiani.

Siamo sparsi ovunque, come le margherite, al punto che, per imparare la lingua del Paese ospitante, cerchiamo di evitarci. Almeno fino a che non abbiamo bisogno di ritrovarci.

Ci riconoscono per la capacità di cantare negli accenti. Con la prerogativa di farci largo nel mondo, lottiamo contro la zona grigia dell’insipidità. A vita conclusa, in fondo, cosa conta più della passione?

Per rispondere al triangolare fabbisogno italico (Musica – Cucina – Calcio), una domenica di fine settembre chiedo ai valenciani dove poter seguire il calcio nostrano. “Vai al Bocadella. Mario trasmette di sicuro”. Ma da trasmettere, Mario, non ha solo le partite.

Una piazzetta con un albero possente, le sedie raggruppate fuori e dentro, la vetrina con una fiera bandiera romanista e poesie bellissime.

Ho giusto il tempo di entrare. Mario e Francesco, i due asciugatori di pinte, sorridono.

“Sei italiana”.

“E romanista”. Guadagno baci di benvenuto.

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Ritorno sempre, mi intrufolo negli orari meno frequentati. Mi sparano addosso, inattesa, tanta vita da non sapere più come afferrarla. Oltre alla serie A, trasmettono la passione di essere al mondo.

Mario è un abruzzese nato a Roma. Paziente, lascia schiumare la birra e raccont di una laurea in Archeologia e di giorni infantili al pianoforte, quando cocciuto sfidava sua sorella Marta: “Questa? Che nota è questa?”. Dell’incontro in camerino con De André, “La Voce”. Della ricerca di un futuro in Italia, intravisto solo alla voce: partenze.

Assistente in cucina e alla chitarra, è suo cugino Francesco. Da lui le parole vanno afferrate prima che si ritraggano, come le onde. Parla delle tre Lauree che ha quasi conseguito. Di Schopenhauer o di Montale, che faceva molto più sul serio di Leopardi. Del miracolo di essere cresciuti con i cancelli aperti, in simbiosi con i cugini. Della foto che custodisce vicino al frigo, di una serata gloriosa a inchinarsi al futuro. Della sua ammissione alla scuola di Mogol e dei conti fatti con l’onestà di un produttore (“Sei bravo, ma per produrti bene servono tre anni. Devo mangiare anch’io”). Della casa dello studente a L’Aquila, venuta giù insieme ai futuri che ospitava, tranne il suo, già in vacanza.

An Italian soccer fan covers he mouth with the national flag as she watches on a giant screen a World Cup soccer match between Italy and Costa Rica, in Rome, Friday, June 20, 2014. Costa Rica won 1-0. (AP Photo/Gregorio Borgia)

Mario raggiunse la sorella che lavorava in Spagna “così, per provare”. Invece si innamorò del se stesso che poteva essere. Incontrò il locale dei suoi sogni, in cui costruirsi un futuro su misura, lasciando convivere in poche stanze le sue grandi passioni: Musica, Calcio e…la felicità degli altri.

Mescola tapas e aperitivo italiano. Si adopera perché nessuno resti senza partita, senza sedia o senza birra. Mette una tastiera e una chitarra a disposizione di chiunque.

A turno o insieme, con Francesco lasciano spesso il bancone e pescano accordi. Mi spiegano l’Italia con De André e De Gregori ed altre perle. Sospirano “Mussolini ha scritto anche poesie”, si fanno silenziosi se rispondi “passerà questa pioggia sottile, come passa il dolore”.

Tra una pentola asciutta e una frittura, fanno ballare l’aria dentro ad un kazoo artigianale. Mi lasciano crescere dentro alla loro tribù conservando il mio colore. Vivificano la loro filosofia: “Fare ciò che ami è libertà. Amare ciò che fai è felicità”. Mi insegnano la loro maniera di viversi i sogni: coltivare le proprie passioni, anche solo per se stessi. Lo scopo è portare nei giorni ciò che siamo. E loro sono umani felici di fare felici altri esseri umani, donandosi.

Dopo avermi regalato un semestre corposo e gitano, Mario, ai saluti, onora la promessa di un giro in moto. Corriamo fino al porto, cerchiamo i confini del mare di febbraio.

“Sai, in una di queste barche vive una signora. Ha lasciato tutto. Ha solo la sua barca, nient’altro. Mi ha detto che è felice, perché ogni mattina che si alza vede il sole staccarsi dall’acqua”

Ci ripenso tutto il giorno. La sera chiedo: “Una domanda, Mario”.

Mi sorride paziente.

Che diresti all’Italia? Non escludo il ritorno? O Scusate, ma ho preferito la mia felicità?”

“Scusate, ho preferito la mia felicità”.

Un solo rimpianto: che l’Italia non si lasci riempire dalla passione che gli è figlia.

Passaporto675

Article by: MyLittleJob student

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